04/07/2010
Guarda...
L’altra sera ho visto un bel film di Spielberg, Amistad; che racconta di schiavi e di schiavisti, di libertà e di diritti. Mi ha commosso il dialogo tra due negri, che non conoscevano le lingue parlate dai “bianchi”, solo uno di loro sapeva parlare l’inglese, ma non lo sapeva leggere. Erano in prigione e uno di loro sfogliava un libro;
“Non perdere tempo, tanto non ci capisci niente”, diceva uno schiavo.
“Non lo so leggere ma un po’ capisco, ci sono le figure…” rispondeva l’altro.
Incuriosito il primo si avvicina e comincia a guardare anche lui le figure. Quello che aveva il libro in mano spiega all’altro:
“Vedi, anche loro erano schiavi, finchè non è nato Lui,” fa indicando un bimbo nella mangiatoia,
“E chi è?” fa l’altro,
“Non lo so, ma deve essere uno importante. Vedi, è cresciuto e parla a molti, nelle piazze, guarisce chi sta male, protegge gli schiavi e i deboli, cammina sul mare…”
“ Ma qui lo arrestano”, dice il secondo schiavo, “deve aver fatto qualche crimine…”
“Nessun crimine, lo arrestano e basta”.
“Ma qualcosa deve avere pur fatto, per arrestarlo”, dice, perplesso, il secondo uomo,
“Perché, cosa abbiamo fatto noi?” ribatte l’altro, e continua a sfogliare il libro. “Lo processano e lo uccidono. Vedi come lo ammazzano? Poi lo scendono e lo mettono in una grotta”.
“E’ solo una storia…” fa il secondo schiavo,
“Ma non è finita qui! Dopo tre giorni appare in mezzo ai suoi amici! Dice che è risuscitato… Poi sale in cielo, dove andremo anche noi quando ci ammazzeranno. Ha promesso che ritornerà…”
La Bella Notizia, puo’ essere raccontata anche solo per immagini, come le vetrate istoriate delle cattedrali medioevali, purchè ci siano uomini che sappiano guardare e altri che sappiano dire “Guarda!”
22:12 Scritto da: ritina5 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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29/03/2010
Contro il Papa fallì il nazismo, ora ci provano con la pedofilia
Yo, sacerdote, escandalizado... [HQ] [HQ] 27 marzo 1.39.37
10:05 Scritto da: ritina5 in persecuzioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: chiesa cattolica, società, benedetto xvi, tracce | OKNOtizie |
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22/02/2010
Giussani/Scola la convenienza umana del cristianesimo
«Sono persuaso che a proposito del fatto religioso in genere, e del cristianesimo in particolare, tutti crediamo già di sapere. Invece non è impossibile, riaffrontandolo, approdare a qualche aspetto di conoscenza nuova».
L’intento, del tutto positivo, di Luigi Giussani è stato sempre quello di mostrare la cum-venientiainsopprimibile senso religioso con cui la ricerca del destino dell’uomo coincide». Per riformulare la proposta cristiana egli ha esaminato i fattori che caratterizzano la vicenda culturale e sociale moderna e contemporanea. del fatto cristiano con quell’«
Mi sembra particolarmente illuminante in proposito rileggere oggi un rilievo di Giussani sulla situazione del cristianesimo in Italia all’inizio degli anni Cinquanta: «Una situazione che vedeva i cristiani autoeliminarsi educatamente dalla vita pubblica, dalla cultura, dalle realtà popolari, fra gli incoraggianti applausi e il cordiale consenso delle forze politiche e culturali che miravano a sostituirli sulla scena del nostro paese».
Quando il mondo cattolico sembrava ancora occupare in modo imponente la società, Giussani percepisce con lucidità l’ondata di secolarizzazione che si sta per abbattere sull’Italia cattolica, i cui effetti saranno visibili, macroscopicamente, a partire dal 1968.
Da dove poteva nascere un simile, profetico giudizio? Dalla percezione che tale presenza massiccia non era che l’eredità inerziale di un passato: «Mi apparve allora chiaro che una tradizione, o in genere un’esperienza umana, non possono sfidare la storia, non possono sussistere nel fluire del tempo, se non nella misura in cui giungono a esprimersi e a comunicarsi secondo modi che abbiano una dignità culturale».
Ma questa dignità culturale è impossibile se non a partire dall’esperienza di un soggetto, personale e comunitario, ben identificato nei suoi tratti ideali ma inserito nella storia, che si proponga, con semplicità e senza complessi, all’uomo in forza delle sue ragioni intrinseche. Un simile soggetto non teme un confronto a tutto campo.
13:42 Scritto da: ritina5 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: giussani, ilsussidiario, cultura, educazione, fede, preti | OKNOtizie |
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18/02/2010
Nadia Eweida, licenziata dalla British Airways per una croce al collo
E’ finito davanti alla Court of Appeal londinese un altro celebre caso di discriminazione nei confronti dei cristiani in Gran Bretagna. Nadia Eweida, una cinquantottenne impiegata delle British Airways, non si è arresa di fronte al verdetto del Tribunale del Lavoro che ha respinto il suo ricorso.
Questi i fatti. Nel settembre 2006 Nadia Eweida, addetta al servizio di check-in presso il terminal 5 dell’aeroporto di Heathrow, si vede intimare dalla direzione della compagnia aerea di non indossare, durante l’orario di lavoro, la collanina con la croce che portava al collo. Il rifiuto da parte della dipendente, motivato da sue profonde convinzioni religiose e dal fatto che i segni distintivi di altre fedi venivano invece permesse dalla compagnia, non viene preso molto bene.
Infatti, senza tanti complimenti, Nadia Eweida viene licenziata il 20 settembre 2006, con la motivazione che la sua croce d’argento, non più grande di una moneta da 5 pence, appare contraria alla «company’s uniform policy». Le 49 pagine di dettagliate istruzioni sull’uso delle uniformi e dei gioielli delineavano, infatti, una filosofia aziendale impostata sull’assoluta “neutralità” nei confronti delle convinzioni personali dei dipendenti.
Invoca, poi, l’art. 9 della Convenzione europea sui diritti del’uomo e le vigenti normative britanniche in materia di tutela delle pratiche e delle convinzioni religiose dei dipendenti, l’Employment Equality (Religion or Belief) Regulations 2003. Evidenzia, inoltre, la disparità di trattamento compiuta dalla British Airways nel «permettere l’utilizzo di simboli religiosi visibili per i credenti in altre fedi, come ad esempio il kara, braccialetto sacro dei Sikh, il kippah, copricapo degli ebrei, o la hijab, velo per le donne musulmane».
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14:53 Scritto da: ritina5 in persecuzioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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17/02/2010
Lourdes
Crediamo abbia visto bene la UAAR, “Unione degli atei e degli agnostici razionalisti“ nell’attribuire a questo film il suo beffardo premio intitolato a Brian, dal nome di una dissacrante pellicola su Gesù. Dicono, questi atei organizzati, che l’opera della Hausner potrà aiutare a perdere la fede “chi non è ancora approdato a una visione disincantata e scettica“. Pure la Massoneria ha espresso il suo apprezzamento. Che dire, allora, del premio attribuito dagli uomini di cinema cattolici, riuniti in un’associazione riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede? Che dire della diocesi milanese che ha deciso di sponsorizzare quest’opera, diffondendola nelle parrocchie?
Verrebbe in mente quanto mi disse un Umberto Eco ironicamente deluso, quando analoghi premi cattolici (uno, addirittura dalla Loyola University, l’ateneo dei gesuiti americani) furono attribuiti al film tratto dal suo Il nome della rosa: “Io ho faticato per fare un libro radicalmente agnostico se non ateo, sperando di suscitare un dibattito infuocato. E invece no, ‘sti preti mi fregano , applaudendomi e riempiendomi di premi. Quasi quasi ho nostalgia dei bei, vecchi tempi della Santa Inquisizione. Quei tosti domenicani erano meno noiosi del frate e del sagrestano “ adulti“ che, entusiasti, acclamano il miscredente“.(Continua)
23:46 Scritto da: ritina5 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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30/08/2008
CASA SUL MARE
Casa sul mare
ll viaggio finisce qui: nelle cure meschine che dividono l’anima che non sa più dare un grido. Ora I minuti sono eguali e fissi come I giri di ruota della pompa. Un giro: un salir d’acqua che rimbomba. Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio. Il viaggio finisce a questa spiaggia che tentano gli assidui e lenti flussi. Nulla disvela se non pigri fumi la marina che tramano di conche I soffi leni: ed è raro che appaia nella bonaccia muta tra l’isole dell’aria migrabonde la Corsica dorsuta o la Capraia. Tu chiedi se così tutto vanisce in questa poca nebbia di memorie; se nell’ora che torpe o nel sospiro del frangente si compie ogni destino. Vorrei dirti che no, che ti s’appressa l’ora che passerai di là dal tempo; forse solo chi vuole s’infinita, e questo tu potrai, chissà, non io. Penso che per i più non sia salvezza, ma taluno sovverta ogni disegno, passi il varco, qual volle si ritrovi. Vorrei prima di cedere segnarti codesta via di fuga labile come nei sommossi campi del mare spuma o ruga. Ti dono anche l’avara mia speranza. A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla: l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi. Il cammino finisce a queste prode che rode la marea col moto alterno. Il tuo cuore vicino che non m’ode salpa già forse per l’eterno. (Eugenio Montale, Ossi di seppia; Meriggi e ombre)
22:35 Scritto da: ritina5 in POESIE | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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29/07/2008
BENEDETTO XVI
20:46 Scritto da: ritina5 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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COSA STA ACCADENDO A ELUANA E A NOI?
Il video dell'incontro di Lecco con Claudia Mazzuccato e Giancarlo Cesana E’ stata una serata per capire. Ed è servita. Felice Achilli, Presidente di Medicina e Persona, ha posto la questione: “Anche nel nostro mondo della medicina è necessario capire: renderci conto dei fatti e delle cose, implicarci. Se manca questa percezione, non abbiamo più la forza che serve a lavorare in un posto dove è fondamentale capire che la vita è positiva oltre ogni circostanza.” Chiaro, anche per noi che medici non siamo, ma sperimentiamo la malattia e la morte. E ne cerchiamo il senso. “Eluana è in uno stato vegetativo persistente che non è coma”. Giancarlo Cesana introduce inquadrando il contesto clinico e chiarisce subito che “chi è in come è sempre assente, mentre Eluana ha il ritmo sonno veglia, apre e chiude gli occhi, fa smorfie, sorride”. Anche se la sua è una “veglia senza coscienza”: non interagisce. E qui è giusto che la scienza ammetta almeno che “la definizione di coscienza è un grosso problema” e che non tutto è chiaro tra “risonanze magnetiche funzionali che mostrano, in alcuni pazienti, risposte cerebrali” e casi di “errori diagnostici”. Che comunque, a chi sta come Eluana, “non c’è niente da staccare, perchè non c’è trattamento medico: li si fa morire di fame e di sete”. Due temi nell’intervento della Giurista Claudia Mazzuccato. Primo. “Ricevere assistenza per mangiare e bere è una cura medica?” È solo dimostrando questo che è possibile sospendere l’alimentazione a Eluana: così si tratterebbe di “rinuncia alle cure” e non di “assistenza al suicidio” o “omicidio di consenziente” (entrambi reato). Questa è stata la posizione – almeno discutibile - dei giudici. Secondo. Le cure mediche dovrebbero essere rifiutate esplicitamente e Eluana non può farlo. I giudici si sono basati sulla “volontà presunta, ricavata dalla personalità e da episodi riferiti”. Questo è il punto più innovativo per la giurisprudenza, ma più critico; anche umanamente. “Mentre la morte è irreversibile e drastica, la presunzione è un criterio debole. Si può arrivare ad un epilogo irreversibile e drastico, a partire da una volontà che non si può che presumere?” E poi: quale volontà e in che contesto di libertà? “Di non bere e mangiare, di non essere curata, di non vivere così? È strana volontà quella di morire a fronte della cura medica di essere alimentata. La volontà andrebbe provata dall’incidente probatorio, oltre ogni ragionevole dubbio sulla modalità”. Ma soprattutto, la volontà - proprio in virtù della libertà, che si dice tratto saliente di Eluana – non si sarebbe modificata al cambiare del contesto? “Una persona così libera, come avrebbe risposto a una sollecitazione come la sua malattia? Quale libertà avrebbe giocato?” Avrebbe rielaborato la volontà di morire? (quante volte ci attacchiamo alla vita in situazioni che in teoria non avremmo sopportato). “La morte forse uccide definitivamente la sua opportunità di libertà.” Di nuovo Giancarlo Cesana, per “La” domanda. Qual’è il senso della malattia? Davvero è Eluana a non poter vivere così o siamo noi a non sostenere il “richiamo” di Eluana? Mentre cerchiamo di misurare la sua coscienza e il senso della sua vita, dobbiamo fissare dei criteri: ci costringiamo a chiederci quale è il nostro senso, la nostra possibilità ultima: “La ragione quando non accetta la categoria della possibilità diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro.” Valgono le uniche parole di Giulio Boscagli, fuori dal teatro “Non c’è proprio altro da dire”. Meglio rileggere e meditare l’intervento di Giancarlo: Sia per quanto riguarda lo stato vegetativo persistente, sia per quanto riguarda tutta la procedura legale, sia per quanto riguarda la vita – il senso della vita - possiamo dire di essere empiricamente almeno incerti, cioè di essere in dubbio. Se vai a caccia e vedi muoversi qualcosa dentro un cespuglio e non sai se è un coniglio o un bambino, cosa fai? Spari? Don Giussani insegnava che la categoria più importante della ragione è la categoria della possibilità, cioè che la ragione non ostacoli ciò che è possibile. Se è impossibile a me, ma è possibile ad altri, non ostacoli la possibilità degli altri. La Englaro, c’è chi è disposto a prenderla... Perché se la ragione nega la possibilità, la categoria della ragione diventa una misura inevitabilmente violenta sull’altro. Poi c’è una seconda questione che ha a che fare appunto con questa categoria della possibilità, che bisogna capire, per comprendere come si è sviluppata la medicina come oggi la conosciamo: Qual’è il senso della malattia? Di fronte a un caso come quello della Englaro – l’ha detto il Dott. Achilli quando ha cominciato – uno si domanda qual è il senso di questa cosa che è successa. Domandarsi il senso di quello che succede non vuol dire spiegare tutto, ma domandarsi che cosa c’entra con me, che cosa c’entro io con questa persona. Perché il senso delle cose è il rapporto che c’è tra di loro. Che le cose abbiano un senso non vuol dire che le cose sono messe a caso e quindi sono una indipendenti una dall’altra, ma che sono ordinate, che sono in rapporto. E domandarsi il senso di quello che succede, il senso di questo fatto, è domandarsi cosa centro io con questa qui? Con questa persona, con questo problema: cosa mi dice. Che poi è la domanda che si è posto l’Achilli sin dall’inizio. Uno che fa il medico, uno che fa l’infermiere, deve dirsi che cosa c’entra lui con chi ha davanti. Perché deve fare questo sforzo per intervenire per curarlo? Già Shakespeare diceva:la vita è una lunga agonia; l’uomo è una specie mortale; alla fine muoiono tutti. Si aggiusta ciò che inevitabilmente si guasta. La medicina è nata non per la capacità di curare, ma esattamente per il contrario. Cioè è nata innanzitutto come assistenza. La medicina occidentale, come la conosciamo noi da Ippocrate in avanti, era un’arte che era incapace di curare la gente. Tant’è vero che nell’epoca classica, prima del cristianesimo, gli ammalati venivano allontanati, mandati via, perché tra l’altro, se infettivi, erano pericolosi. Chi ha un po’ di dimestichezza con il Vangelo e la Bibbia, sa che i lebbrosi erano fuori dalla città. Col Cristianesimo sono incominciati a nascere gli ospedali, cioè gli ammalati sono cominciati ad essere assistiti. Questo perché si sapeva curarli? No! A Napoli c’è l’ospedale degli incurabili: veniva ospitata la gente che era incurabile. Erano incurabili nei primi secoli dopo Cristo esattamente come erano incurabili prima. Però si sono messi a curarli perché la malattia non è più stata vista come un ostacolo insormontabile alla vita. Perché il cristo era risorto. Perché l’ultima parola sulla vita non è la morte. E’ quello che ha fatto nascere gli ospedali, quello cha ha fatto nascere la medicina occidentale, che ha spinto gli infermieri a curare la gente che era pericolosa rischiando di morire (infatti gli infermieri erano i monaci, la gente religiosa, persone che dedicavano la vita all’assistenza agli ammalati). Si è cominciato a comprendere la malattia non come qualcosa che nega, ma qualcosa che imprevedibilmente afferma. Che è il problema per cui si fa… Ma la pietà da dove viene? Aver pietà di uno chè è fragile, che cosa vuol dire? Vuol dire riconoscere dentro questa fragilità un positivo. Quando ci stupiamo del cinismo che troviamo sui giornali per la malasanità, a riguardo della vita e del trattamento degli ammalati, da dove viene questo cinismo? Dal fatto che se la vita comincia a declinare, di senso non ce n’è più. Che la vita non c’entra più niente con me. E quindi non solo la si lascia andare, ma si può pensare attivamente di eliminarla. Perché la ragion,e quando non accetta la categoria della possibilità, diventa violenta. La morte fa veramente paura. E questa paura va allontanata. Va allontanata dagli occhi e va allontanata come esistenza fisica, come ricordo. Il problema che solleva la Englaro è questo, non è un altro. E lo solleva per i medici e anche per i non medici. Prima la dottoressa sottolineava il diritto alla salute. Il diritto alla salute non esiste. Io sono zoppo e posso pretendere tutti i diritti alla salute, ma resto zoppo. Quando hai il cancro il diritto alla salute non ce l’hai. Quando sai che devi morire il diritto alla salute è andato. E curarti vuol dire guardarti in un modo tale che sia più forte anche della impossibilità che ho di guarirti. Se no cosa ce ne facciamo degli ospedali. Che medicina è? E’ un meccanismo non è più una medicina. “Per me conti solo se la mia azione su di te può essere efficace”. Mentre c’è un livello – il più frequente nella medicina – in cui l’azione del medico non è efficace. Certo ti fa resistere ti sostiene eccetera. E anche questo ha un senso. Questo è il problema: che cosa è questo senso? Che cosa ci dice? Il senso che ha la malattia è proprio in questo. Perché la ragione si spaventa così tanto? Perché cede e non regge questa categoria della possibilità? Non regge la possibilità? Perché non comprende – non comprende più, allontanandosi dalla cultura positiva della vita, da un sentimento positivo della vita - che il mistero non è un’astrazione, un fantasma: è concretamente presente. La mia vita e un mistero perché non me la sono data io. Ultimamente non so di cosa è fatta. C’è una corrente di pensiero che si chiama neocalvinismo, che dice che qualunque valutazione possiamo dare della libertà in fondo è già tutto determinato dalle reazioni chimiche che avvengono nelle cellule. Esattamente come Calvino pensava che il destino dell’uomo fosse determinato indipendentemente da quello che lui facesse. E l’idea è quella: infatti la libertà non c’è più. Perché la ragione si chiude? Perché quello che è la vita, non è più percepita come una presenza positiva. Le suore che assistono la Englaro dimostrano una speranza contro ogni speranza. Di fronte alla disperazione con cui si può guardare questa donna, queste continuano a sperare: le vogliono bene. Affermano che lei per loro vale. Questa è la presenza positiva! Vale con i figli che abbiamo, vale coi poveri, gli ammalati; vale con tutto. Questo è il cristianesimo, senza del quale non c’è più comprensione di tutto. Ricordate l’episodio del cieco nato? Una delle idee che c’erano della malattia nell’antichità è che fosse una maledizione. Che qualcuno fosse colpevole della malattia, tant’è vero che si andava dai preti a togliere il malocchio. Quando Gesu’ incontra il cieco nato gli chiedono chi abbia peccato – lui o i suoi genitori – per essere così. Gesù risponde con la prima affermazione chiara, che la malattia non deriva da un fatto di colpevolezza: non c’è peccato. Lui è cieco nato “perché si dimostrasse la gloria di Dio, perché si vedesse che io sono capace di guarirlo”. Il senso della malattia è la vittoria sulla morte. La malattia ci fa vedere che siamo fragili, siamo destinati alla morte, dobbiamo passar attraverso la morte. Ma la morte non è tutto. Questo è il senso della malattia. Ma appunto senza Cristo è molto difficile affermare questo senso, anzi non si può. E infatti il venir meno di questo fa decadere il rispetto e l’amore per la vita. Non ci sono santi: La si giri come si vuol,e ma la questione è questa! Per amare la vita, anche nel momento di maggiore fragilità, quando tutto sembra sia finito, bisogna avere quella “spe contra spem” di cui parlava san paolo, quella “speranza contro ogni speranza”. Se non si fosse fatto così, il progresso della medicina non ci sarebbe stato. Se non ci si fosse messi a curare gli ammalati a rischio della vita, con la speranza comunque che si potesse vincere – un senso di vittoria ultimo sulle cose, un senso positivo della storia e del mondo – se non ci fosse stato questo, la medicina non ci sarebbe. Perché la medicina è nata così: curando quelli che non si potevano curare e a poco a poco ha imparato. Da questo punto di vista, quando si dice che gli ammalati partecipano alla sofferenza di Cristo si dice proprio questo: con la loro condizione gli ammalati ci richiamano a cercare di capire cosa siamo al mondo a fare. Che la Englaro sia viva così dopo 16 anni, significa che sono 16 anni che sta richiamando questa cosa. E non c’è solo lei, ce ne sono molti altri. Perché far finire questo richiamo?
20:40 Scritto da: ritina5 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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25/06/2008
TEST
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Leonardo Da Vinci, Vergine con Bambino, Sant'Anna e San Giovannino
Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: "No, si chiamerà Giovanni". Le dissero: "Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome". Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: "Giovanni è il suo nome". Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: "Che sarà mai questo bambino?" si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui.
QUI E QUI
15:46 Scritto da: ritina5 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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MINO REITANO
CITTA’ DEL VATICANO - Come è noto, purtroppo, Mino Reitano, uno dei protagonisti più amati e genuini della canzone italiana, è gravemente ammalato. Una bruttissima infermità sta facendo di tutto per spegnere la sua voce, ma lui continua a lottare con la tenacia caratteristica degli uomini del Sud e con un’arma potentissima come la Fede. Noi di ‘Petrus’ abbiamo raccolto in esclusiva la sua testimonianza di credente che si affida all’Altissimo e alla protezione della Beata Vergine Maria.
Maestro, milioni di italiani sono in ansia per Lei: ci dica, come sta vivendo questo terribile periodo della Sua esistenza?
“Con serenità e ottimismo. Sono sempre stato cattolico e un uomo di Fede, non vedo perchè la fiducia in Dio dovrebbe vacillare proprio ora”.
A chi offrre le Sue sofferenze?
“A Gesù e alla Madonna. Gesù è l’immagine della bontà, il Figlio di Dio, di Colui che ha creato il Bene, il mondo, la natura. La Madonna è Sua Madre, mia Madre, la mamma della Chiesa, la discepola fedele che mai ha perduto la speranza. E sull’esempio di Maria, neanch’io perdo la speranza di farcela”.
Sappiamo che nell’affrontare la malattia, oltre alla Fede, Le è di grande aiuto la Famiglia.
“E’ verissimo. Uno dei doni più belli che la vita mi ha dato...continua qui
15:16 Scritto da: ritina5 in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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